sabato, gennaio 28, 2017

poesia

tu la notte io il giorno

Tu la notte io il giorno
così distanti e immutevoli
nel tempo
così vicini come due alberi
posti uno di fronte all`altro
a creare lo stesso giardino
ma senza possibilità di
toccarsi
se non con i pensieri
Tu la notte io il giorno
tu con le tue stelle e la luna
silenziosa
io con le mie nuvole ed il
sole abbagliante
tu che conosci la brezza
della sera
ed io che rincorro il vento
caldo
fino a quando giunge il
tramonto
I rami divengono mani
tiepide
che si intrecciano
appassionate
le foglie sono sospiri
nascosti
le stelle diventano occhi di
brace
e le nuvole un lenzuolo che
scopre la nudità
La luna e il sole sono due
amanti rapidi e fugaci
e non siamo più io e te
siamo noi fusi insieme
nella completezza della luce
fioca
ondeggiante come la marea
in eterna corsa...
So cosa significa amore
quando il giorno muore

(Antonia Pozzi)

mercoledì, dicembre 28, 2016

Il nonno

Il nonno Alberto era papà di mio papà.
Gli assomigliava molto sia fisicamente che caratterialmente, papà aveva per lui una vera venerazione. Raramente ho trovato in altri lo stesso amore, rispetto e condivisione per i temi della vita come in mio padre per suo padre.
Incredibilmente il mio rapporto con il nonno era lo stesso che avevo con papà: amore e rispetto, desiderio di dimostrazioni d'affetto e  soggezione, per cui i miei ricordi sono molto penalizzati dalla mancanza di una vera relazione.
Per diversi anni abbiamo trascorso le vacanze estive a casa dei nonni paterni, ma del nonno Alberto non ricordo molto. Solo dei flash, immagini di una persona anziana, un po' ingobbito, sempre severo , sempre  in polemica con la nonna.
Ricordo le interminabili partite a carte con mio padre e i suoi fratelli. Pomeriggi estivi trascorsi seduti all'ombra sotto il limone, facendo di una partita a scopa o a scopone una cosa seria con discussioni, analisi delle giocate e così via, mentre noi bambini sciamavamo ridendo e gridando felici della libertà che l'estate ci offriva.
Lo ricordo più giovane, ancora in grado di muoversi da solo. La mattina si alzava presto, prendeva la corriera e andava a Trapani per sbrigare chissà quali incombenze. Prima di pranzo tornava fischiettando un motivetto che noi nipoti conoscevamo bene. Lo sentivamo ancora prima di vederlo svoltare dall'angolo più lontano e gli correvano incontro sicuri delle caramelle che ci avrebbe regalato. Infatti, eccolo infilare la mano in tasca e tirar fuori una manciata di caramelle, merce rara allora.
Questo era il nonno Alberto: un uomo di una rara dirittura morale che, malgrado il suo modesto lavoro di calzolaio, ha saputo educare rigorosamente i suoi figli e che, attraverso loro, ha lasciato un'impronta che è giunta fino a noi.


 Pasta alla Norma

360 gr. di penne rigate o maccheroni
600 gr. di pomodori perini
1 grossa melanzana
ricotta salata da grattuggiare
basilico
1 spicchio d’aglio
olio extra vergine di oliva


Tagliate la melanzana a fette spesse 1 cm e disponetele a strati in uno scolapasta con un po’ di sale. Lasciatele per un’ora, con un peso sopra, a spurgare l’acqua di vegetazione.
Preparate la salsa passando i pomodori nel passatutto. Dopodiché mettete l’aglio in una casseruola con un po’ d’olio d’oliva extravergine e lasciatelo imbiondire. Aggiungete la passata di pomodoro, qualche foglia di basilico, un po’ di sale e lasciate cuocere per circa 15 minuti.
Friggete le fette di melanzane in abbondante olio e poi asciugate l’olio in eccesso con della carta assorbente.
Tenete 4 fette intere per decorare i piatti, le altre tagliatele a listarelle e passatele nella casseruola della salsa di pomodoro.
A questo punto mettete a cuocere la pasta, una volta cotta scolatela e ripassatela per pochi secondi nella casseruole della salsa.
Versate la pasta nei piatti, mettete sopra la fetta di melanzana intera e spolverate con abbondante ricotta salata grattuggiata.

martedì, dicembre 27, 2016

poesia


dal web

Occorre di carbone un vivo fuoco
la casseruola; cento grammi buoni
di burro e di cipolla qualche poco.
Quando il burro rosseggia, allor vi poni
Il riso crudo, quanto ne vorrai
E mentre tosta l'agiti e scomponi.
Del brodo occorre poi, ma caldo assai;
mettine un po' per volta chè bollire
deve continuo, né asciugarsi mai.
Nel tutto, sulla fine, diluire
Di zafferano un poco tu farai
Perché il giallo lo abbia a colorire.
Il brodo tu graduare ben saprai,
perché denso sia il riso, allor che è cotto.
Di grattugiato ce ne vuole assai.
Così avrai di Milan il risotto. 


(Giovanni Pascoli) 

Giovanni Pascoli era molto ghiotto del risotto alla milanese. Una sera durante una cena improvvisata ne chiese la ricetta al suo amico Augusto Guido Bianchi, che gliela spedì dopo averla chiesta alla moglie. Pascoli la tradusse in versi.

sabato, dicembre 24, 2016

poesia




Un dono spéciale

Quest'anno Natale
mi ha fatto un bel dono,
un dono speciale.

Mi ha dato allegria,
canzoni cantate
in gran compagnia.

Mi ha dato pensieri.
parole, sorrisi
di amici sinceri.
Dei vecchi regali
non voglio più niente.
A ogni Natale
io voglio la gente.


(Roberto Piumini)

martedì, dicembre 20, 2016

storie d'amore

Trent'anni, un marito amorevole e due figli piccoli.
Troppo poco per descrivere una donna, una bella donna: occhi grandi, sorriso facile, ricci bruni, curve morbide. In effetti lei si sentiva sovrappeso, parlava sempre di mettersi a  dieta, ma la sua gioia di vivere, la sua risata squillante spiegava perché non lo faceva: era sana, era allegra, era piena di vita, e poi, diciamolo, non era in sovrappeso.
Ogni mattina, salutava il marito mezzo addormentato, dava un bacio ai bambini e poi via  al lavoro.
Certe mattine d'inverno la pianura era invasa dalla nebbia e gli alberi si ergevano spettrali,  coperti di galaverna, sembravano fantasmi con abiti di merletto. Il treno correva.
C'era freddo, il vapore si condensava nell'aria immobile e i campi si intravvedevano bianchi di brina,
ma quando imboccava il ponte della Libertà il cuore si apriva davanti al paesaggio sempre diverso. La laguna dai cento colori .
Dal grigio ferro dei giorni di pioggia al grigio perla dei giorni con la nebbia. Dal verde all'azzurro nei giorni di sole.
Incredibilmente Agata preferiva i giorni di nebbia. Era come giocare a nascondino. Camminare a passo svelto nelle calli, vedere ombre avanzare e scoprire che erano persone imbacuccate, sentire lo sciabordio dell'acqua e aspettare che  lentamente una barca, una gondola avanzassero silenziosamente.
L'ufficio era caldo e confortevole e con le colleghe aveva stabilito buoni rapporti. Il capoufficio era un uomo piccolo e tondo, sempre impeccabile, fra i quaranta e i cinquanta e con la fama di tombeur de femme. Si sentiva un adone.
Agata e le colleghe lo deridevano e facevano mille congetture sulle sue conquiste, ricamandoci sopra e ridendo a crepapelle alle sue spalle.
A turno venivano convocate nel suo ufficio per disposizioni e indicazioni di lavoro varie e le colleghe si divertivano a cronometrarne la permanenza e,  magari, a malignare su qualche minuto in più.
Agata era quella che si fermava di più. C'era sempre qualche telefonata che interrompeva, richieste più o meno  pretestuose su lavori già archiviati e lentamente un disagio profondo si insinuava nel suo animo. Si rendeva conto che ormai le colleghe l'avevano bollata, certi silenzi al suo arrivare erano più chiari di interi discorsi.
Ma al termine dell'orario Agata correva. Correva a prendere il treno, correva ad abbracciare suo marito con la gioia di chi è innamorata, a baciare i suoi bambini con l'amore di una mamma tenera e fino alla mattina successiva tutto era accuratamente nascosto in un angolino della sua mente.
Una mattina ancora dal capo, ancora con blocco notes e penna per gli appunti,  ancora incerta, insicura, temeva l'evolvere della situazione ed infatti...complimenti, inviti ad uscire, di nuovo complimenti. Agata con diplomazia cercava di sganciarsi, di svicolare, faceva ironia, parlava dei suoi figli sperando di far cambiare l'idea di sé.
...e poi cominciarono le telefonate a casa. No, questo non era sopportabile! Con delicatezza, educatamente Agata cercava di far capire al suo capo che non era il caso, che la metteva in difficoltà.
Il sorriso era sparito, il suo viso era tirato in una smorfia di scontento.
E finalmente prese la decisione, le colleghe la videro uscire dall'ufficio d'impeto, la seguirono incuriosite e la videro entrare nell'ufficio del capo senza nemmeno bussare, erano allibite.
Agata, agitatissima, prendendo il coraggio a due mani, gli si rivolse con grinta e gli disse semplicemente che amava il marito, adorava i suoi figli e non avrebbe messo a repentaglio la felicità della sua famiglia per nessuno, punto!
Il capo era talmente poco abituato a quest'atteggiamento che non riuscì a spiccicare parola.
Da quel momento un'altra dovette subire le sue attenzioni.

sabato, dicembre 17, 2016

poesia

 Io il caffé lo bevo amaro




Ogni mattina mi prepari con amore
Una tazzina di caffè, senza pensare
Se l’ho sognata, o l’ho voluta con ardore,
O se l’ho chiesta da bere o da portare.
Ma solamente fai che possa aprire gli occhi
Con il profumo di un caffè fatto da mani
Che poi mi sfiorano le guance, e poi mi tocchi
Per dirmi che oggi è quello che ieri era domani...
Le tue carezze al gusto aromatico di caffè
Fanno che da quando ti vivo intensamente
Mi invitano ad amare la mia vita insieme a te:
Noi due da soli senza voci od altra gente.

E tu lo sai che io il caffè lo bevo amaro,
Senza nemmeno un lieve accenno di dolcezza,
Mi piace berlo così, vero, è un gusto caro
E l’importante è che ci sia la tua carezza.
Così è la vita che non voglio mai ingannare,
Mi piace autentica, difficile o leggera,
Amara e difficoltosa, da provare a gustare
Per trovare nel disgusto la forza della sera,
La stessa forza che ci fa dormire
Anche se l’abbiamo bevuto questo caffè, questa vita
Sono disposto a vivere e con la mente fiorire
Mentre penso al mio futuro e alla salita...

E tu lo sai che io il caffè lo bevo amaro
E che la vita mi è difficile, ma esisto,
Resisto e insisto a bere senza zuccherarlo
Perché nel vivere i tuoi giorni c’è più gusto,
Ti resta ancora quel sapore nella bocca,
Ricordo sempre le sconfitte o le rinunce.
Ma non importa se il buon gusto non mi tocca:
Mi resta il forte e solo quello mi convince
Che posso vivere con te, che mi prepari
Ogni mattina un buon caffè senza dolcezze.
Ma tu sei dolce ed io ti mordo e tu mi appari
Come la chiave del sorriso alla mia vita.

(Marco Pace)

domenica, dicembre 04, 2016

l'altra nonna

La nonna Mariannina, mamma della mia mamma, é sempre stata "l'altra nonna", non per meno amore nei suoi confronti, ma perché le vacanze estive, unico momento dell'anno in cui li vedevamo, si trascorrevano a casa dei nonni paterni.
La nonna Mariannina era una dolce e tenera nonna.
Sempre vestita di nero, con bianchi capelli ondulati come quelli della mia mamma e come i miei.
Ogni anno, con la mamma ed i miei fratelli ci si recava nel paesino dove la nonna trascorreva il periodo estivo ospite di un suo caro cugino a lei affezionato come ad una mamma e che, gentilmente e generosamente, ci ospitava tutti e quattro. Papà, che non amava la confusione, restava con i suoi genitori.
Era una settimana di scorribande perché le briglie tirate di papà erano allentate dalla sua assenza e poi la grande casa che ci ospitava sorgeva nel bel mezzo della campagna, circondata da un vigneto rigoglioso, ricchissimo di grappoli d'uva nera con chicchi enormi.
C'erano aranci, limoni, palme e palme nane, oleandri con fiori di tutti i colori... L'interno della casa era fresco, le finestre erano sempre spalancate e, quando c'era un po' di vento e si formava una corrente fresca e ristoratrice, le bianche tende volavano come ali di farfalle.
Nei miei ricordi vedo quei luoghi come oasi di terre lontane.
Nella villa vivevano tre ragazzi più o meno nostri coetanei. Erano figli dei proprietari e, in qualche modo, nostri parenti. Noi per affetto li avevamo eletti al grado di cugini.
Con loro erano corse, risate, nascondino, panini, uva, sole, luce, gioia di vivere.
E la nonna? Silenziosa presenza, ci passava vicino nei rari momenti in cui eravamo fermi e ci faceva una carezza, ci dava un bacio.
Quando eravamo in giro a correre come falene impazzite, si godeva la presenza della figlia e con lei ricordava il tempo passato e le persone che non c'erano più.
Alle volte noi bambine giocavamo con le bambole: Signora di qua, Signora di là..., e si vestivano e svestivano le povere bambole in continuazione chiaccherando in una buffa imitazione delle vere signore.
Un pomeriggio decidemmo che dovevamo battezzarle, preparare gli inviti, offrire bibite e dolci.
Quindi carta e penna e ...voilà gli inviti erano pronti.
Ora i dolci.
 In casa ce n'erano sempre, bastava aprire la credenza e sicuramente si trovavano mustazzola (biscotti di farina impastata con il mosto), cannilicchi (biscotti con fichi secchi), pignolata.
Tutto bene quindi, ma ... nessuno voleva fare il sacerdote . Ognuna aveva la sua bambola e nessuno voleva rinunciare alla sua "maternità" e, quando ormai quasi quasi finiva in un  litigio, ecco comparire la nonna con la sua lunga veste nera e sopra una corta camicia da notte bianca che imitava la veste del sacerdote.
Si era munita di un secchiello pieno d'acqua e di un cucchiaio e con essi ci benediceva bagnandoci tutte, tra risate e gridolini.
Tutto questo ridere ci aveva fatto venire un appetito da lupi, come solo i bambini possono avere; poco più in là, le due mamme, ormai coinvolte e molto divertite, avevano preparato una tavola imbandita con tutti i dolci della casa.
La nonna Mariannina! Che dolce signora, che donna forte e mite nello stesso tempo e quanto ha sofferto lungo la sua vita. Le ho voluto molto bene.


PIGNOLATA
dal web

 
150 grammi di miele,
500 grammi di farina,
200 grammi di zucchero,
6 uova,
olio di semi per friggere,
zuccherini colorati, scorza di limome

impasto:
unite farina, tuorli, 100 grammi di zucchero e la scorza di limone grattuggiata (se il composto dovesse risultare un po’ duro, è possibile aggiungere dell’olio d’oliva). Non è necessario attendere: la pasta così ottenuta può essere subito lavorata in listarelle, quindi in tocchettini, infine in palline.

frittura:
le palline vanno dorate in olio bollente e asciugate con carta assorbente. In un’altra padella capiente è necessario sciogliere il rimanente zucchero con dell’acqua, aggiungere il miele e attendere fino a quando l’acqua non sarà del tutto evaporata.
A questo punto le palline fritte vanno versate nella padella con il miele e mescolate per qualche minuto a fiamma bassa.
Ultimo passaggio: versare il tutto su una superficie di marmo, creando collinette da decorare con gli zuccherini colorati e aggiungendo, a piacimento, delle mandorle tostate.